Mi chiamo Cristina, ho quarantaquattro anni, lavoro come impiegata in uno studio commerciale, sono sposata con Marco da diciannove anni e abbiamo due figli, di 18 e 16 anni. Se mi avessi incontrata due anni fa, non avresti trovato niente fuori posto: una vita ordinata, un po’ faticosa come quella di tutti, ma normale. Nessuno, guardandomi, avrebbe pensato che stavo per diventare una giocatrice d’azzardo. Nemmeno io lo avrei pensato.
Mi interessava solo non pensare a niente
È iniziato in un periodo in cui Marco viaggiava molto per lavoro, anche tre settimane al mese. La casa vuota alla sera e la stessa routine che si ripeteva uguale ogni settimana. Un sabato sera, invece di restare in casa da sola, sono entrata per curiosità in una sala slot vicino al parcheggio dove faccio la spesa. Non ci ero mai entrata prima, mi era sempre sembrato un posto per altri, non per una come me. Mi sono seduta a una macchina quasi per scherzo. Non mi interessava vincere, questo lo ricordo con precisione: mi interessava non pensare a niente per un paio d’ore, e per la prima volta da mesi ci sono riuscita.
Ci sono tornata la settimana dopo, sempre di sabato, sempre da sola. Mi raccontavo che era solo un modo come un altro per passare una serata che altrimenti avrei passato davanti alla televisione. Non lo dicevo a Marco, non perché pensassi ci fosse qualcosa di grave, ma perché mi vergognavo un po’, come se fosse una cosa non adatta a una donna della mia età con due figli e una casa da mandare avanti. Il segreto, in fondo, mi piaceva anche: era l’unica cosa che facevo soltanto per me, senza doverla condividere con nessuno.
I risparmi mangiati dalla slot machine
Nel giro di qualche mese il sabato sera è diventato anche il martedì, poi anche un pomeriggio a settimana, con la scusa di andare a fare compere. Restavo davanti alla stessa macchina per ore senza accorgermi del tempo che passava, senza nemmeno alzarmi per bere un caffè. Avevo messo da parte, insieme a Marco, dei risparmi per rifare il bagno di casa. Ho iniziato a prelevare da quel conto, prima piccole cifre che mi convincevo di poter rimettere prima che lui se ne accorgesse, e poi cifre che sapevo, in fondo, di non poter più restituire.
Le bugie sono arrivate quasi da sole, senza che decidessi consapevolmente di iniziare a mentire. Dicevo di essere andata da mia sorella, di aver fatto tardi in ufficio, di aver perso la cognizione del tempo al supermercato. Marco, quando tornava dai suoi viaggi, mi trovava più nervosa, meno presente, e io gli dicevo che era solo stanchezza. Avevo smesso quasi del tutto di uscire con le mie amiche, non tanto perché non ne avessi voglia, ma perché ogni ora passata con loro era un’ora in meno per tornare in quella sala, e ogni euro speso per un aperitivo era un euro che avrei preferito giocarmi.
Nessuno, in quei mesi, mi ha mai fatto notare direttamente cosa stesse succedendo. Ripensandoci, credo che essere una donna abbia reso tutto più facile da nascondere: nessuno immagina che sia tua madre, tua moglie, la tua collega quarantenne a passare i pomeriggi davanti a una slot, e io questo lo sapevo, forse anche solo istintivamente, e lo usavo a mio vantaggio senza nemmeno rendermene conto fino in fondo.
Per fortuna mio marito mi è stato accanto
È stato Marco a scoprire tutto, controllando per caso l’estratto conto del bagno che non partiva mai, chiedendosi dove fossero finiti i soldi. Quando è tornato a casa con quel foglio in mano e mi ha chiesto una spiegazione, non sono riuscita a inventare nient’altro. Gli ho detto tutto, dal primo sabato sera fino all’ultimo pomeriggio, mentre lui restava in silenzio, più spaventato che arrabbiato, come se non riuscisse a mettere insieme la donna che aveva davanti con quella che pensava di conoscere da diciannove anni.
La cosa che mi ha aiutata di più, nelle settimane dopo, è stata sentire qualcuno dirmi che quello che avevo non era un vizio di cui vergognarmi in silenzio, ma una dipendenza vera, con un nome, che poteva essere curata. Ho iniziato a frequentare un gruppo di auto mututo aiuto insieme ad altre persone con lo stesso problema. Le prime volte ero l’unica donna nella stanza, o quasi, e questo mi ha fatto quasi rinunciare a tornare: mi sentivo ancora più esposta, come se il mio problema fosse doppiamente fuori posto. Poi ho capito che proprio per questo dovevo restare, perché se non lo faccio io, a raccontarlo, resta un problema che nessuno vede.
Sono passati otto mesi da quel pomeriggio con l’estratto conto in mano. Non gioco più, ma non userei mai la parola guarita, perché non è così che funziona: certe settimane sono più difficili di altre, soprattutto quando torno a sentirmi sola come in quei sabati sera di due anni fa. La differenza, adesso, è che quella solitudine la condivido con qualcuno invece di andarla a colmare con una macchina che, lo so bene ormai, non mi ha mai davvero fatto compagnia. Mi ha solo fatto sparire per un po’, e poi mi ha lasciata più sola di prima.
Dove chiedere aiuto
- Telefono Verde Nazionale per il Gioco d’Azzardo: 800 55 88 22 — gratuito, anonimo, per giocatori e familiari
- Gam-Anon — gruppi di supporto per partner e familiari di giocatori
- Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) — accesso gratuito e diretto, senza ricetta
- Psicologi e psicoterapeuti specializzati in dipendenze e relazioni — per percorsi individuali e di coppia
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