Mi chiamo Matteo, ho sedici anni, e fino a un anno fa ero uno come tanti. Frequentavo il secondo anno di un istituto tecnico, giocavo ai videogiochi ogni pomeriggio, avevo un gruppo di amici con cui uscivo il sabato pomeriggio. Se qualcuno mi avesse detto che sarei diventato un giocatore d’azzardo, mi sarei messo a ridere. L’azzardo, per me, erano i vecchi che grattavano i biglietti in tabaccheria. Non c’entrava niente con me.
Come è cominciata: la colpa delle loot box
Avevo iniziato con i videogiochi alle medie, come tutti. Poi, verso i quattordici anni, un gioco che usavo aveva introdotto le casse premio: pagavi per aprire una scatola virtuale e potevi trovarci dentro un’arma rara, una skin speciale, cose così. Non ci facevo caso, mi sembrava una cosa normale, lo facevano tutti quelli della mia community. È stato lì, credo, che qualcosa in me si era abituato a pagare per un risultato incerto, sperando nel colpo grosso. Mi dava adrenalina.
Da lì alle scommesse sportive il passo è stato molto breve. Un mio compagno di classe aveva l’account di suo fratello maggiore su un’app di scommesse e, durante gli intervalli, parlavamo di partite, quote, pronostici. Un giorno mi ha proposto di giocare insieme una schedina, dieci euro in due. Ho detto di sì senza pensarci, mi sembrava un gioco tra amici, come una sfida a chi indovinava di più. Abbiamo vinto quella prima volta. Diciotto euro, niente di che, ma il modo in cui mi sono sentito quella sera non lo dimenticherò mai: come se avessi capito qualcosa che gli altri non sapevano.
La trappola delle scommesse
Da quel momento ho iniziato a scommettere quasi ogni weekend, sempre con l’account prestato. All’inizio erano cinque, dieci euro della paghetta. Poi ho scoperto che bastava un profilo di un maggiorenne e una rete diversa per aprirne uno mio, e nessuno controllava davvero chi c’era dall’altra parte dello schermo. Perdevo più spesso di quanto vincessi, ma non ci facevo caso: mi dicevo che ero stato sfortunato quella volta, che la prossima avrei recuperato tutto. Bastava aspettare la partita giusta.
Quando i soldi della paghetta non sono bastati più, ho iniziato a chiedere in prestito a un ragazzo di terza che tutti sapevano avere sempre contanti in tasca. All’inizio piccole cifre, restituite in fretta con i risparmi del compleanno. Poi cifre più grandi e lui ha iniziato a chiedermi qualcosa in più per il ‘disturbo’. Ogni settimana dovevo trovare un modo per ripagarlo e l’unico che conoscevo era scommettere ancora, sperando di recuperare tutto in un colpo solo.
I sospetti della mamma
A casa, mia madre aveva iniziato a farmi domande che prima non faceva. Perché sei sempre chiuso in camera? Perché non esci più con gli amici del sabato come prima? Perché sei così nervoso se ti chiedo una cosa qualsiasi? Non le rispondevo mai davvero, dicevo che era la scuola, l’interrogazione, la solita adolescenza. Mentivo così spesso e così bene che a un certo punto avevo smesso di sentirmi in colpa. Mi sembrava l’unico modo per proteggere lei, e me stesso, da qualcosa che ormai non sapevo più come fermare.
È finita in un modo banale, che ripensandoci mi sembra quasi ridicolo per come mi ha cambiato la vita. Avevo lasciato il telefono sul tavolo della cucina mentre facevo la docci, ed è arrivata una notifica. Mia madre non aveva mai controllato i miei messaggi, non era il tipo, ma quella notifica era comparsa proprio sullo schermo bloccato, con scritto il nome di un’app che lei non conosceva. Ha cercato su internet cos’era. Quando sono uscito dal bagno era seduta sul mio letto con il telefono in mano, e ho capito subito, dalla faccia, che non c’era più niente da nascondere.
Come uscirne
Non ho negato niente. Non ne avevo la forza. Mi ha chiesto da quanto tempo, quanti soldi, se c’erano debiti, e io ho risposto a tutto piangendo, per la prima volta dopo mesi senza dovermi inventare niente. Le ho detto che avevo provato a smettere altre volte, da solo, e che duravo pochi giorni prima di ricominciare. Le ho detto che mi odiavo per questo, che non riuscivo a spiegarmi nemmeno a me stesso perché continuassi a farlo se ogni volta mi faceva stare peggio.
Da qualche mese vado con mia madre a incontri al SerD del mio quartiere, una volta a settimana. Ci sono settimane in cui va bene e settimane in cui il pensiero di riaprire quell’app torna forte, soprattutto quando c’è una partita di calcio importante e i miei amici ne parlano. Ma non lo sto affrontando da solo e forse è proprio questa la differenza tra prima e adesso. Prima chiamavo tutto questo il mio gioco. Ora so che gioco, quello vero, è un’altra cosa: qualcosa che scegli, non qualcosa che ti sceglie.
Dove chiedere aiuto
- Telefono Verde Nazionale per il Gioco d’Azzardo: 800 55 88 22 — gratuito, anonimo, per giocatori e familiari
- Gam-Anon — gruppi di supporto per partner e familiari di giocatori
- Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) — accesso gratuito e diretto, senza ricetta
- Psicologi e psicoterapeuti specializzati in dipendenze e relazioni — per percorsi individuali e di coppia
- Il nostro servisio di supporto gratuitor e online con Vinciamo il Gioco qui.

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