Mi chiamo Sandro, ho cinquantadue anni, e gestisco la ferramenta che era di mio padre, in un paese di provincia dove tutti si conoscono. L’ho ereditata a trentadue anni, insieme a due dipendenti che lavoravano già con lui, e per vent’anni sono andato avanti con quello che considero un mestiere onesto. Non avrei mai pensato che a rovinarmi non sarebbe stata la crisi economica, ma il modo in cui ho provato a risolverla.
Tutto è iniziato nel bar del paese
La crisi è arrivata gradualmente, come arrivano di solito queste cose. Prima l’apertura di un grande magazzino di bricolage a venti minuti da qui. Poi i clienti storici che iniziavano a comprare online quello che prima venivano a comprare da me. I margini si assottigliavano mese dopo mese, e io passavo le notti a fare calcoli, cercando un modo per tenere aperta un’attività che portava il nome di mio padre e che dava da vivere a due famiglie oltre la mia.
È stato in uno di quei periodi più neri, dopo una giornata passata a rincorrere un fornitore per chiedere una dilazione sui pagamenti, che un cliente mi ha proposto di andare a bere qualcosa al bar davanti alla piazza, quello con le macchinette in fondo alla sala. Non le avevo mai considerate, in tutti quegli anni passati in paese: mi sembravano roba per chi non aveva niente di meglio da fare. Quella sera, forse solo per stordirmi un attimo dai pensieri, ho infilato una banconota da dieci euro. Ho vinto quaranta euro nel giro di venti minuti, e sono tornato a casa con un pensiero che, ripensandoci ora, mi fa vergognare: e se fosse questa la soluzione per sistemare i conti del negozio?
Oltre all’azzardo, anche l’alcol, fino all’usura
Da lì ho iniziato a tornare al bar quasi ogni sera, con la scusa di rilassarmi dopo la chiusura. Mi ero convinto, in un angolo della testa che nemmeno io controllavo del tutto, che prima o poi sarebbe arrivata una vincita abbastanza grande da coprire il buco che si stava aprendo nei conti dell’attività. Nel frattempo bevevo un bicchiere di troppo quasi ogni volta, perché mi aiutava a non pensare a quanto stessi effettivamente perdendo. Ho iniziato a prendere piccole somme dalla cassa del negozio, dicendomi che le avrei rimesse la settimana dopo, con l’incasso di un ordine grosso, o con la vincita che ormai sentivo vicina.
I debiti del negozio e i debiti che mi stavo facendo al gioco si sono mescolati fino a diventare, nella mia testa, la stessa cosa. Non riuscivo più a distinguere quanto dovevo ai fornitori da quanto avevo perso alle macchinette. A un certo punto, per tenere in piedi tutto, mi sono rivolto a una persona del paese che prestava soldi in contanti, senza troppe domande, con un interesse che nei primi mesi mi sembrava sostenibile e che invece cresceva mese dopo mese fino a diventare una cifra che non sarei mai riuscito a restituire con lo stipendio di un negozio di ferramenta.
La commercialista si accorge dei conti che non tornano
A casa, mia moglie Carla vedeva un uomo sempre più chiuso, che tornava tardi con scuse legate al lavoro, che si arrabbiava per motivi futili con lei e con i nostri due figli, allora adolescenti. Non le ho mai detto una parola del gioco. Le lasciavo credere che fosse tutta colpa della crisi del negozio, che in parte era vera, e questo mi permetteva di non affrontare la parte di verità che riguardava me. Mi vergognavo troppo per ammettere che l’uomo che doveva salvare l’attività di famiglia stava in realtà contribuendo ad affondarla di sua iniziativa, sera dopo sera, un gettone alla volta.
È stata la mia commercialista ad accorgersi per prima che qualcosa non tornava, controllando i movimenti di cassa in vista della dichiarazione dei redditi. Mi ha chiesto spiegazioni che non sono riuscito a dare in modo convincente, e mi ha detto chiaramente che se non avessi sistemato la situazione avrei rischiato conseguenze serie, non solo per il negozio, ma anche personalmente. Quella sera sono tornato a casa e, prima ancora che Carla mi facesse una domanda, sono crollato: le ho raccontato tutto, dal primo bicchiere vinto al bar fino ai soldi presi in prestito dall’uomo del paese.
Il suo silenzio, in quel momento, mi ha fatto più male di qualsiasi urlo. Poi mi ha chiesto solo una cosa: da quanto tempo mentivo, non a lei soltanto, ma anche a me stesso, pensando che un colpo di fortuna potesse davvero risolvere un problema che io stesso avevo peggiorato. Non avevo una risposta che potesse consolarla, e nemmeno consolare me.
Da un anno seguo un percorso al SerD della mia zona, insieme a un gruppo dove ci sono anche altri due o tre uomini più o meno della mia età, uno dei quali ha perso davvero la sua attività, non solo rischiato di perderla come me. Con Carla abbiamo rinegoziato i debiti con i fornitori, uno per uno, e stiamo ancora ripagando quello che devo alla persona del paese, con un accordo che almeno adesso è alla luce del sole tra noi due. Un ottimo aiuto è stato il Centro Antiusura della mia zona. Il negozio è ancora aperto, più piccolo di prima, con un solo dipendente . Ho imparato, nel modo più duro possibile, che nessun colpo di fortuna avrebbe mai potuto salvare quello che stavo distruggendo io stesso: l’unica cosa che davvero ha iniziato a sistemare le cose è stata smettere di cercarlo.
Dove chiedere aiuto
- Telefono Verde Nazionale per il Gioco d’Azzardo: 800 55 88 22 — gratuito, anonimo, per giocatori e familiari
- Gam-Anon — gruppi di supporto per partner e familiari di giocatori
- Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) — accesso gratuito e diretto, senza ricetta
- Psicologi e psicoterapeuti specializzati in dipendenze e relazioni — per percorsi individuali e di coppia
- Il nostro servisio di supporto gratuitor e online con Vinciamo il Gioco qui.

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