Mi chiamo Ornella, ho settantun anni, e vivo da sola nell’appartamento dove ho cresciuto mio figlio e passato quarantatré anni di matrimonio. Mio marito Giuseppe è mancato tre anni fa, dopo una lunga malattia. Da allora le giornate hanno preso una forma diversa, più vuota, con ore che prima non esistevano nemmeno, perché erano piene di lui: il caffè insieme al mattino, la spesa fatta insieme, la televisione la sera con qualcuno accanto sul divano. Nessuno mi aveva avvertita di quanto possa essere lungo un pomeriggio, quando non hai nessuno con cui passarlo.
Un luogo rassicurante, pulito e con tante persone della mia età
È stata una mia ex vicina di casa, Pina, a portarmi la prima volta in una sala bingo del quartiere, forse un anno e mezzo fa. Mi disse che ci andava il martedì e il giovedì con altre due amiche, che si beveva un caffè, si chiacchierava, si passava un paio d’ore in compagnia prima ancora di iniziare a giocare. Accettai più per non restare sola quel pomeriggio che per curiosità verso il gioco in sé. Mi sembrava un posto tranquillo, pulito, pieno di donne della mia età: niente a che vedere con l’idea che avevo delle sale slot, che mi mettevano soggezione anche solo passandoci davanti.
Un’eccitazione che non provavo da tempo
Le prime volte era davvero solo questo: la compagnia, le chiacchiere, la scusa per uscire di casa vestita bene invece di restare in vestaglia fino a sera. Poi ho iniziato a fare attenzione ai numeri che venivano chiamati, con un’attenzione che mi sorprendeva io stessa, un’eccitazione che non provavo da tempo. Una tombola vinta presto, poche decine di euro, mi aveva fatto sentire fortunata, quasi speciale, in un momento della vita in cui mi sentivo tutto tranne che speciale. Ho iniziato ad andarci anche il lunedì, poi anche da sola, nei pomeriggi in cui Pina non poteva venire.
La pensione non mi bastava più
Nel giro di qualche mese il bingo non era più la scusa per stare in compagnia, era diventato lo scopo della giornata attorno a cui organizzavo tutto il resto. Mi alzavo pensando a che ora sarei potuta andare, tornavo a casa pensando al giorno dopo. La pensione, che prima bastava e anche avanzava qualcosa per i nipoti, cominciò a non bastare più. Ho iniziato a tagliare sulla spesa, a rimandare l’acquisto di alcune medicine che prendo per il cuore aspettando la fine del mese, dicendomi che potevo aspettare ancora qualche giorno, che tanto stavo bene.
Mio figlio Roberto mi telefonava ogni domenica, come sempre, e io gli rispondevo che andava tutto bene, che mi tenevo occupata, che avevo ritrovato delle amiche. Non gli ho mai detto quanto tempo passassi in quella sala, né quanto mi costasse. Mi vergognavo, credo, all’idea che un uomo di quarant’anni dovesse preoccuparsi per la madre come ci si preoccupa per un’adolescente. Alla mia età, mi dicevo, dovrei essere io quella che dà consigli, non quella a cui vanno dati.
Con il tempo mi sono accorta che vedevo sempre meno le mie vere amiche di una vita, quelle con cui avevo condiviso cresime, lauree dei figli, lutti. Rifiutavo gli inviti a pranzo perché il pranzo mi portava via un pomeriggio intero di gioco, e quel pomeriggio ormai mi sembrava indispensabile, più indispensabile persino delle persone che mi conoscevano da quarant’anni. Il bingo, che era nato come rimedio alla solitudine, mi stava lentamente allontanando da tutto quello che di reale mi teneva compagnia.
Per fortuna c’è stato chi si è accorto del mio problema
È stato il farmacista, alla fine, il primo a insospettirsi, notando che non passavo più a ritirare le medicine per il cuore con la regolarità di prima. Ha chiamato Roberto, che aveva lasciato il suo numero per eventuali emergenze. Mio figlio è venuto a trovarmi senza preavviso un sabato, cosa che non faceva mai senza prima telefonare, e mi ha trovata con la borsetta piena di cartelle del bingo e le bollette del gas e della luce ancora da aprire sul tavolo della cucina, alcune in ritardo di settimane.
Non sono riuscita a inventare una spiegazione. Mi sono seduta e gli ho raccontato tutto, dal primo pomeriggio con Pina fino a quel momento, mentre lui mi ascoltava con un’espressione che non gli avevo mai visto, tra la preoccupazione e qualcosa che somigliava alla tenerezza. Mi vergognavo profondamente, forse più che se avesse scoperto qualsiasi altra cosa: mi sembrava assurdo, alla mia età, dover ammettere di avere un problema che associavo sempre e solo ai più giovani.
Da qualche mese Roberto mi accompagna una volta a settimana a un incontro per persone con lo stesso problema, organizzato vicino al consultorio della mia zona. Ho ricominciato a vedere le mie vecchie amiche, con calma, senza fretta di recuperare il tempo perso. Il bingo mi manca ancora, in certi pomeriggi vuoti mi manca davvero, ma ho capito una cosa che avrei voluto sapere prima di iniziare: la compagnia che cercavo non era nella sala, era nelle persone che conoscevo da una vita e che, nonostante tutto, mi hanno aspettata.
Dove chiedere aiuto
- Telefono Verde Nazionale per il Gioco d’Azzardo: 800 55 88 22 — gratuito, anonimo, per giocatori e familiari
- Gam-Anon — gruppi di supporto per partner e familiari di giocatori
- Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) — accesso gratuito e diretto, senza ricetta
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