C’è un momento, in quasi ogni percorso di recupero dal gioco d’azzard, che fa molta paura e rischia di lasciare destabilizzati: la prima ricaduta. Chi sta smettendo la teme come la prova definitiva di non farcela. Chi sta vicino la teme come il segnale che tutto lo sforzo fatto fino a quel momento sia stato inutile. Eppure la ricaduta non è un fallimento e si può gestire.
Perché le ricadute sono fisiologiche
Il gioco d’azzardo, quando diventa una malattia, altera in modo concreto e misurabile i circuiti cerebrali della gratificazione, soprattutto attraverso il sistema dopaminergico, lo stesso coinvolto nelle dipendenze da sostanze. Questo significa che smettere di giocare non è come smettere un’abitudine qualunque: il cervello ha imparato, letteralmente, ad associare determinati segnali, come un pensiero, uno stato d’animo, una notifica sul telefono, a un’attesa di ricompensa che nel tempo si è fatta automatica. Questo apprendimento non si cancella con la decisione di smettere, per quanto sincera e motivata. Continua a esistere sotto la superficie, e in certe condizioni, come stress, solitudine, una discussione, persino una vincita altrui raccontata da un amico, torna a farsi sentire con la forma del craving, il desiderio impellente di giocare.
Per questo motivo la comunità scientifica che si occupa di dipendenze considera il disturbo da gioco d’azzardo, così come le altre dipendenze, una condizione a decorso cronico e recidivante: non una malattia da cui si guarisce con un prima e un dopo netti, ma una condizione che si gestisce nel tempo, con episodi di difficoltà che rientrano nella fisiologia del percorso, non nella sua eccezione patologica.
La differenza tra un inciampo e il ritorno della dipendenza
Una ricaduta, nel senso di un singolo episodio di gioco durante un percorso di astinenza, non equivale automaticamente al riattualizzarsi della dipendenza. Un conto è un episodio isolato, magari innescato da un momento di forte stress, seguito da rimorso, dal desiderio di riparare, dalla ripresa immediata del percorso di cura. Un altro conto è il ritorno a un pattern di gioco compulsivo, con le bugie, l’occultamento, la perdita di controllo che caratterizzavano la fase attiva della dipendenza. Il primo è un momento critico da attraversare. Il secondo è la ripresa del disturbo e richiede un intervento più deciso.
éerciò un singolo episodio non giustifica il panico, ma nemmeno va liquidato con un “non è successo niente” che rischia di minimizzare un segnale importante. Va guardato con attenzione, per capire da che parte sta andando.
Perché sottovalutare è pericoloso quanto drammatizzare
Il panico e la minimizzazione di fronte a una ricaduta portano allo stesso risultato negativo: trasformare un episodio isolato in una ricaduta vera e propria. Quando una persona che ha smesso di giocare vive un episodio di gioco, spesso si attiva un pensiero del tipo: ormai ho rotto la promessa, ho già fallito, tanto vale continuare. È lo stesso meccanismo che si osserva in chi segue una dieta rigida e, dopo uno sgarro, pensa che la giornata sia comunque da buttare, per poi mangiare molto più di quanto avrebbe fatto senza quel pensiero. Nelle dipendenze questo effetto è documentato ed è più pericoloso dell’episodio stesso, perché è quello che trasforma un inciampo recuperabile in una ricaduta prolungata.
Chi sta intorno a una persona in questa fase, che sia un familiare, un partner o un amico, gioca un ruolo enorme in questo passaggio. Una reazione di rabbia, di sfiducia totale, di “lo sapevo che non ce l’avresti fatta” alimenta esattamente il pensiero che porta a proseguire. Ma anche l’atteggiamento opposto, fingere che non sia successo nulla per paura di turbare un equilibrio fragile, priva la persona di un confronto che potrebbe essere decisivo per capire cosa ha innescato l’episodio prima che si ripeta.
Cosa fare, se è successo a te
Se hai vissuto un episodio di gioco durante il tuo percorso di astinenza, la cosa più importante da fare non è giudicarti, ma agire in fretta. Non aspettare di sentirti pronto o di aver smesso di vergognarti per parlarne: è proprio l’attesa, alimentata dalla vergogna, a dare spazio a un secondo episodio, poi a un terzo. Contatta subito il tuo terapeuta, il tuo gruppo di Giocatori Anonimi, il tuo referente al SerD, il prima possibile, idealmente lo stesso giorno. Prova a ricostruire, senza autoflagellarti, cosa è successo nelle ore prima: c’era un pensiero ricorrente, uno stato d’animo particolare, un contesto specifico. Quell’informazione è preziosa per il tuo percorso, molto più di quanto lo sia il giudizio che stai dando a te stesso in questo momento.
Cosa fare, se sei un familiare
Se scopri che la persona che ami ha avuto un episodio di gioco, la reazione più utile è una domanda, non una sentenza: cosa è successo, come ti senti, cosa possiamo fare insieme adesso. Evita, per quanto la delusione sia comprensibile, frasi che qualifichino la persona invece del comportamento: non è un bugiardo seriale, ha avuto un episodio, ed è proprio la differenza tra queste due letture a determinare se quella persona si sentirà libera di raccontarti il prossimo momento di difficoltà oppure imparerà a nasconderlo. Al tempo stesso, non minimizzare: un episodio non è un dramma, ma è comunque un segnale che va portato all’attenzione del percorso di cura in corso, non lasciato scivolare via in nome della pace familiare.
Il campanello d’allarme reale non è l’episodio in sé, ma la sua gestione nelle ore e nei giorni successivi: se la persona lo riconosce, ne parla, riprende il percorso, siete ancora dentro la fisiologia del recupero. Se invece si isola, nega, o l’episodio si ripete senza che nulla cambi nel percorso di cura, è il momento di intensificare il supporto professionale, non di aspettare che passi da solo.
Un percorso che non è mai una linea retta
Vale la pena ricordarlo ogni volta che serve: dalla dipendenza non si guarisce mai del tutto, nel senso che il cervello che ha imparato ad associare il gioco alla gratificazione non torna mai a essere quello di chi non ha mai giocato. Ma ci si può curare, tenendo la dipendenza sotto controllo, evitando il contatto con l’oggetto della dipendenza, costruendo giorno dopo giorno una vita che non ha più bisogno di quella scorciatoia. In questo percorso, lungo e non lineare per definizione, la ricaduta non è la prova che il percorso non funzioni. È, quasi sempre, la prova che è ancora in corso.
Dove chiedere aiuto
- Telefono Verde Nazionale per il Gioco d’Azzardo: 800 55 88 22 — gratuito, anonimo, per giocatori e familiari
- Gam-Anon — gruppi di supporto per partner e familiari di giocatori
- Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) — accesso gratuito e diretto, senza ricetta
- Psicologi e psicoterapeuti specializzati in dipendenze e relazioni — per percorsi individuali e di coppia
- Il nostro servisio di supporto gratuitor e online con Vinciamo il Gioco qui.

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