Come si comporta chi gioca d’azzardo

da | 24 Aprile 2026

“Torna sempre più tardi la sera e quando gli chiedo dove è stato, le sue risposte sono vaghe”. “Mi chiede soldi con scuse sempre diverse”. “È diventato nervoso, scatta per un nonnulla”. “Ho trovato ricevute di prestiti che non sapevo esistessero”. Queste sono le frasi che ascoltiamo più spesso dalle famiglie che si rivolgono ai servizi di aiuto o che cercano risposte sul nostro blog. Sono i primi campanelli d’allarme di un disturbo che si sta sviluppando, senza che chi sta vicino al giocatore riesca a dare un nome a quello che sta accadendo.

Il disturbo da gioco d’azzardo non compare da un giorno all’altro. Si sviluppa attraverso fasi progressive, con comportamenti che cambiano gradualmente, ma in modo sempre più evidente. Riconoscerli è fondamentale, perché intervenire nelle fasi iniziali aumenta enormemente le possibilità di uscirne.

Non tutti i giocatori sono uguali: i tre percorsi verso la dipendenza

Prima di parlare dei segnali concreti, è importante sapere che esistono percorsi diversi attraverso cui una persona può sviluppare un problema con il gioco d’azzardo. Capirlo aiuta le famiglie a comprendere meglio cosa sta succedendo a chi hanno accanto. Uno modello scientifico accreditato, sviluppato dai ricercatori Blaszczynski e Nower, identifica tre profili principali di giocatori problematici. Non si tratta di etichette rigide, ma di percorsi che aiutano a capire le radici del problema.

Secondo tale modello, tutti i giocatori, a prescindere dalla tipologia, condividono le distorsioni cognitive, il fenomeno del chasing e l’esposizione agli stimoli causati dai cosiddetti “fattori ambientali”, come ad esempio l’accessibilità e la disponibilità del gioco d’azzardo. Il rischio di sviluppare problemi connessi al gioco d’azzardo aumenta quanto più vengono favoriti la prossimità e l’accesso che le persone hanno con il gioco d’azzardo.

Il giocatore “condizionato”: quando tutto sembra normale

Il primo percorso riguarda persone che all’apparenza sono “normali”, senza particolari problemi psicologici preesistenti. Sono quelli che iniziano a giocare per curiosità, per divertimento, magari con gli amici. Le prime vincite creano un’eccitazione piacevole che il cervello registra e vuole ripetere. Man mano che giocano, sviluppano convinzioni errate sulle probabilità di vincita, sul fatto di poter “controllare” l’esito del gioco, sulla certezza che “prima o poi arriverà la vincita che ripagherà tutto”.

Questo è il meccanismo del chasing, l’inseguimento delle perdite, che diventa sempre più ossessivo. Dopo una perdita, invece di fermarsi, tornano a giocare convinti di poter recuperare. E così il gioco diventa sempre più frequente, le somme sempre più alte, il tempo dedicato sempre maggiore.

Questi giocatori hanno generalmente una prognosi migliore degli altri, rispondono bene ai trattamenti e spesso sono accompagnati da familiari collaborativi. Ma solo se il problema viene riconosciuto in tempo. Se nessuno interviene, anche loro possono sviluppare ansia, depressione e abuso di alcol come conseguenza dei problemi creati dal gioco.

Il giocatore “vulnerabile emotivo”: quando il gioco cura le ferite

Il secondo percorso riguarda persone che usano il gioco per gestire emozioni negative, stress, ansia o depressione già presenti prima di iniziare a giocare. Possono essere persone che hanno vissuto traumi emotivi, abusi nell’infanzia, eventi stressanti significativi, o che soffrono di disturbi d’ansia o dell’umore.

Per queste persone il gioco diventa una strategia di fuga, un modo per non sentire il dolore, per allontanare i pensieri angoscianti, per colmare un vuoto emotivo. Molte donne giocatrici appartengono a questo profilo, con un esordio che avviene spesso in età adulta e con uno sviluppo rapido verso il gioco eccessivo (il cosiddetto “effetto telescopico”).

Questi giocatori presentano una situazione più complessa da trattare, perché oltre all’azzardo va affrontata la sofferenza psicologica sottostante. La presa in carico richiede solitamente più tempo e un approccio più articolato. Le famiglie notano in questi casi un peggioramento dell’umore, un isolamento emotivo progressivo, comportamenti sempre più imprevedibili legati agli stati d’animo.

Il giocatore “impulsivo”: quando il problema inizia presto

Il terzo percorso coinvolge persone con una forte componente di impulsività, spesso con tratti antisociali di personalità o con disturbi come l’ADHD (deficit di attenzione e iperattività). L’inizio del gioco avviene tipicamente in adolescenza, la prevalenza è nettamente maschile, e spesso si accompagnano altri comportamenti problematici o altre dipendenze.

Questi giocatori mostrano difficoltà di controllo in molte aree della vita. Possono essere persone che hanno sempre avuto problemi con le regole, con l’autorità, con la gestione degli impulsi. La familiarità per disturbi psichiatrici, alcolismo o altre dipendenze è frequente in queste famiglie.

La prognosi è più difficile. Le famiglie si trovano spesso di fronte a una persona che nega il problema, che reagisce con aggressività ai tentativi di aiuto, che accumula comportamenti illegali per procurarsi denaro.

I segnali che le famiglie devono imparare a riconoscere

Ora che abbiamo compreso che esistono percorsi diversi, vediamo quali sono i comportamenti concreti che precedono la cronicizzazione del disturbo. Secondo il DSM-5, il manuale diagnostico usato dagli psichiatri di tutto il mondo, per parlare di disturbo da gioco d’azzardo devono essere presenti almeno 4 di 9 criteri specifici nell’arco di 12 mesi. Ma le famiglie non devono aspettare di contare i criteri diagnostici. Ci sono segnali precoci, comportamentali e relazionali, che vanno colti prima che la situazione diventi cronica.

La mente sempre occupata dal gioco

Uno dei primi segnali è la preoccupazione costante per il gioco. La persona inizia a pensare continuamente a quando potrà giocare di nuovo, rivive mentalmente le giocate passate, pianifica le prossime sessioni, fantastica su come procurarsi i soldi necessari. Durante le conversazioni familiari è distratta, assente, con la mente altrove. Al lavoro o a scuola il rendimento cala perché l’attenzione è rivolta al gioco. Le famiglie riferiscono spesso: “Non è più qui con noi, anche quando è fisicamente presente”. Questo assorbimento mentale totale è uno dei segnali più precoci e distintivi.

La tolleranza: servono sempre più soldi

Come in tutte le dipendenze, anche nel gioco d’azzardo si sviluppa il fenomeno della tolleranza. Le somme che all’inizio davano eccitazione e adrenalina non bastano più. Per provare la stessa sensazione di emozione, il giocatore ha bisogno di puntare cifre sempre maggiori. Quello che è iniziato con pochi euro al gratta e vinci diventa centinaia di euro alle slot machine o migliaia di euro nelle scommesse online. Questo è il momento in cui le famiglie iniziano a notare sparizioni di denaro, conti correnti che si svuotano rapidamente, richieste continue di prestiti con motivazioni vaghe o insensate.

I tentativi falliti di smettere

Un altro segnale importante è quando la persona stessa si rende conto di avere un problema e prova ripetutamente a smettere o a ridurre, ma senza successo. Promette a se stessa e agli altri che non giocherà più, stabilisce limiti di spesa che poi supera sistematicamente, prova a evitare i luoghi dove si gioca ma poi ci ricade. Questi tentativi falliti generano frustrazione, senso di impotenza, perdita di autostima. La persona si sente debole, incapace, inadeguata. E spesso questo malessere viene nuovamente “curato” attraverso il gioco, in un circolo vizioso.

L’irrequietezza e l’irritabilità

Quando il giocatore prova a ridurre o smettere, o semplicemente quando non può giocare, compaiono veri e propri sintomi di astinenza. Irrequietezza, nervosismo, irritabilità, ansia, aggressività. Sono sintomi che le famiglie notano immediatamente: “È diventato intrattabile, scatta per nulla, non lo riconosco più”. Questi segnali somatici ed emotivi sono la prova che si è instaurata una vera dipendenza neurobiologica. Il cervello si è adattato alla stimolazione del gioco e quando questa manca reagisce con disagio fisico e psicologico.

Il gioco come fuga dalle emozioni negative

Molti giocatori, soprattutto quelli del secondo percorso, usano il gioco per gestire stati d’animo negativi. Giocano quando si sentono depressi, ansiosi, in colpa, senza speranza, impotenti. Il gioco diventa l’automedicazione per dolori emotivi che non sanno gestire in altro modo. Le famiglie riferiscono: “Ogni volta che litighiamo, esce e so che va a giocare”. “Quando è stressato per il lavoro, scompare per ore”. Questo uso del gioco come strategia di coping è uno dei segnali più preoccupanti, perché indica che la persona ha perso altri strumenti per affrontare le difficoltà della vita.

Il chasing: l’inseguimento delle perdite

Questo è forse il comportamento più caratteristico e pericoloso del gioco d’azzardo problematico. Dopo aver perso denaro, il giocatore torna ossessivamente a giocare per tentare di recuperare. “Devo rifarmi”, “Oggi mi va male ma domani recupero tutto”, “Non posso fermarmi adesso che sono in perdita”. È un meccanismo che porta a perdite sempre maggiori, perché più si gioca per recuperare, più si perde. Le famiglie assistono impotenti a questo inseguimento che sembra non avere fine, con la persona che si indebita sempre di più pur di continuare.

Le bugie e i segreti

Man mano che i problemi economici e le conseguenze negative si accumulano, il giocatore inizia a mentire per nascondere l’entità del coinvolgimento. Mente su dove è stato, su cosa ha fatto con i soldi, su quanto ha perso, su quanto tempo dedica al gioco. Le bugie diventano sempre più elaborate, coinvolgono familiari, amici, colleghi, terapeuti. Spesso le menzogne nascondono anche comportamenti illegali: falsificazioni, furti, appropriazioni indebite compiute per procurarsi denaro per giocare. Questi comportamenti, sebbene non siano più un criterio diagnostico del DSM-5, quando presenti indicano un livello di gravità molto elevato. Le famiglie vivono questa fase con grande dolore. Si sentono tradite, ingannate, umiliate. Scoprono debiti nascosti, prestiti non autorizzati, sparizioni di oggetti di valore. La fiducia viene completamente minata.

Le relazioni e le opportunità a rischio

Il gioco diventa così centrale nella vita della persona che mette a repentaglio o perde relazioni significative, il lavoro, opportunità di studio o di carriera. Non rispetta più gli impegni familiari, si isola dagli amici, trascura le responsabilità lavorative, può diventare aggressivo con familiari ed estranei. Le famiglie riferiscono cambiamenti drastici nel carattere e nella reattività emotiva. Una persona prima affidabile diventa inaffidabile, prima presente diventa assente, prima calma diventa irascibile. I figli vedono un genitore trasformarsi in uno sconosciuto. Il partner vive accanto a una persona che non riconosce più.

La dipendenza economica dagli altri

Quando i soldi finiscono, quando i debiti diventano insostenibili, il giocatore inizia a contare sugli altri per risolvere situazioni finanziarie disperate causate dal gioco. Chiede prestiti ai familiari, agli amici, ai colleghi. Promette di restituire ma non lo fa. Crea situazioni di crisi che costringono la famiglia a intervenire per evitare conseguenze legali o sociali. Questa dipendenza economica è devastante per le famiglie, che si trovano risucchiate in un vortice di richieste continue, di salvataggi ripetuti, di promesse mai mantenute.

I segnali fisici e psicologici che accompagnano il disturbo

Oltre ai comportamenti direttamente legati al gioco, ci sono manifestazioni fisiche e psicologiche che le famiglie possono osservare.

Lo stress cronico provocato dal gioco causa disturbi fisici reali: mal di stomaco, mal di testa, pressione alta, insonnia, perdita dell’appetito o alimentazione compulsiva. La persona appare stanca, provata, invecchiata. Spesso aumenta il consumo di alcol o di altre sostanze per gestire l’ansia.

Sul piano psicologico, l’umore oscilla tra euforia (dopo le vincite o in anticipazione del gioco) e depressione profonda (dopo le perdite). Possono emergere pensieri suicidari, che sono presenti in circa la metà dei giocatori in trattamento. 

Le distorsioni cognitive diventano evidenti. Il giocatore ragiona in modo irrazionale: crede di avere un sistema per vincere, pensa che dopo tante perdite “sia dovuta” una vincita, attribuisce significati magici a numeri o eventi, minimizza le perdite ed enfatizza le vincite.

L’impatto invisibile: quando si ammalano anche i familiari

È fondamentale che le famiglie sappiano che anche loro sono a rischio. Vivere con un giocatore d’azzardo problematico o patologico causa stress cronico intenso che può portare a vere e proprie patologie nei familiari. Ansia, depressione, disturbi psicosomatici, senso di colpa, vergogna, rabbia, impotenza sono emozioni costanti.

I problemi relazionali diventano pervasivi, le perdite economiche mettono a rischio la stabilità della famiglia, i sentimenti contrastanti logorano tutti. Come dicono gli esperti, ogni giocatore patologico coinvolge mediamente otto persone nella sua malattia.

Cosa fare quando si riconoscono questi segnali

La prima cosa da sapere è che il disturbo da gioco d’azzardo è una malattia riconosciuta, non una debolezza morale o mancanza di volontà. Ha basi neurobiologiche, può essere diagnosticata secondo criteri scientifici precisi, e può essere trattata efficacemente.

Intervenire precocemente fa la differenza. Più tempo passa, più il disturbo si cronicizza, più le conseguenze si accumulano, più difficile diventa il recupero. Per questo è fondamentale non minimizzare, non nascondere, non aspettare che la situazione si risolva da sola.

Le famiglie devono informarsi, devono chiedere aiuto per se stesse (non solo per il giocatore), devono imparare a riconoscere i meccanismi della dipendenza per non alimentarla involontariamente. Esistono servizi specializzati, gruppi di auto-aiuto, professionisti formati, supporto gratuito disponibile su tutto il territorio nazionale.

I tre livelli di gravità: dal problematico al patologico

Il DSM-5 classifica il disturbo in tre livelli di gravità in base al numero di criteri presenti. La gravità lieve richiede la presenza di quattro o cinque criteri, quella moderata sei o sette criteri, quella grave otto o nove criteri. Ma questa è una classificazione utile ai clinici.

Per le famiglie è importante sapere che esiste un continuum. Si parte dal gioco sociale (occasionale, controllato, senza conseguenze), si passa per il gioco a basso rischio (più frequente ma ancora gestibile), poi al gioco a rischio moderato (iniziano le conseguenze negative), fino al gioco problematico e infine a quello patologico.

Ogni stadio ha i suoi segnali, e riconoscerli presto permette di intervenire prima che si arrivi alla fase più grave. Non bisogna aspettare che si verifichino le conseguenze più devastanti per agire.

La possibilità di guarire: remissione e recupero

È importante che le famiglie sappiano che si può uscire dal disturbo da gioco d’azzardo. Il DSM-5 prevede anche specificazioni di remissione: precoce (dopo almeno tre mesi senza sintomi) e prolungata (dopo almeno dodici mesi). Questo significa che il recupero è possibile e scientificamente documentato. Quando la famiglia è presente e collaborante, diventa una risorsa fondamentale per il successo del trattamento. Per questo esistono percorsi di sostegno specifici per i familiari, paralleli a quelli del giocatore.

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