Uno dei motivi per cui l’azzardo è una piaga sociale è che ci sono troppe fake news. Non solo attraverso bugie esplicite, ma soprattutto con narrazioni che lo edulcorano.
Solo un gioco
La prima di queste narrazioni è linguistica. Chiamare l’azzardo “gioco” non è una scelta neutra. Il gioco, per definizione, è simmetrico, fondato sull’abilità e sull’equità. L’azzardo non lo è. È strutturalmente asimmetrico: da una parte il giocatore, dall’altra il banco che vince matematicamente nel tempo. Continuare a usare la parola “gioco” senza mai problematizzarla significa spostare l’attenzione dal funzionamento reale del sistema a una sua versione culturalmente accettabile.
Puro intrattenimento
Subito dopo arriva l’idea dell’intrattenimento. L’azzardo viene raccontato come uno svago, un passatempo, qualcosa che “si fa per divertirsi”. Ma ciò che viene progettato per massimizzare il tempo di permanenza del giocatore, sfruttare il rinforzo intermittente e aggirare i meccanismi di autocontrollo non è intrattenimento: è un dispositivo persuasivo. La differenza non è morale, è strutturale. E quando questa struttura scompare dal racconto, il rischio diventa invisibile.
Se giochi responsabilmente non è un problema
Quando si parla di gioco responsabile si sposta la responsabilità solo sul singolo, mentre il sistema è progettato per aggirare l’autocontrollo. È come dire: “Se ti fai male è solo perché non sei stato attento”.
Un problema di pochi
Un’altra falsa verità molto diffusa è che il problema riguardi solo chi “esagera”. Il danno viene attribuito a una minoranza irresponsabile. Ma l’azzardo non funziona perché alcuni perdono troppo: funziona perché qualcuno deve perdere, sempre. Ridurre tutto alla responsabilità individuale significa ignorare il disegno complessivo. È perciò un rischio per tutti.
Anche i numeri, quando vengono usati male, diventano parte della narrazione ingannevole. Percentuali di vincita isolate, jackpot enfatizzati, storie di successo raccontate senza contesto. Quello che manca quasi sempre è il tempo. Nel breve periodo si può vincere; nel lungo periodo si perde sempre. Ma il lungo periodo raramente entra nel racconto mediatico, perché non fa notizia e non seduce.
La ‘fortuna’ raccontata dai media
Poi ci sono le storie. I media raccontano chi vince con titoli enfatici, raramente chi perde. E quando raccontano la perdita, la individualizzano: una storia personale, un errore, una debolezza. Il danno sistemico — familiare, sociale, sanitario — resta spesso fuori campo. Ciò che non viene narrato non esiste, e ciò che non esiste non chiede responsabilità.
È legale
Infine, la grande confusione tra legalità e legalizzaione. L’azzardo è stato legalizzato, non è legale di per sé. Non è infatti previsto dal nostro codice penale. Semplicemente ogni Governo allarga sempiù le maglie, legalizzando appunto sempre più giochi e modalità di azzardo.
Inoltre il fatto che l’azzardo sia legalizzato viene spesso usato come certificato etico. Ma la legalità riguarda il perimetro normativo, non l’impatto sociale. Molte pratiche legali possono essere dannose, e l’azzardo è una di queste quando produce dipendenza, impoverimento e disuguaglianza strutturale.
“È una scelta personale”
Questo approccio è molto riduttivo e miope. Le scelte avvengono infatti dentro un ambiente progettato, una pressione pubblicitaria, una normalizzazione culturale
Come non farci ingannare dalle fake news
Iniziamo a farci sempre questa domanda: Questo racconto rende più o meno probabile che una persona vulnerabile inizi o continui a giocare? Se la risposta è “più probabile”, allora non siamo davanti a informazione, ma a normalizzazione del rischio.
Le narrazioni sull’azzardo non sono pericolose perché mentono apertamente, ma perché dicono abbastanza vero da sembrare innocue. Perché il problema dell’azzardo non è che qualcuno perda il controllo. Il problema è un sistema che funziona solo se qualcuno perde — e che riesce a farcelo sembrare normale.
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