Lorenzo ha 59 anni. Vive nella sua città natale, nel Sud Italia, nella stessa casa in cui è cresciuto. È l’unica cosa che gli è rimasta. In trent’anni di azzardo ha perso il lavoro, i risparmi, gli amici, e infine la sua famiglia. Sua moglie ha chiesto il divorzio. I suoi due figli non gli rivolgono la parola. Percepisce una pensione di invalidità per depressione e disturbo da gioco d’azzardo. È dipendente anche dagli ansiolitici. Va e viene dai Ser.D. senza riuscire ancora a fare il passo definitivo verso la guarigione.
Ci ha contattati. Ha insistito. Vuole raccontarsi. Perché la sua storia, dice, possa servire a qualcun altro. Ovviamente il nome è di fantasia. Ma solo quello.
Perché desideri lasciare la tua testimonianza? Voglio far capire come si sta. Voglio che la gente veda a cosa porta l’azzardo. Io non ce la faccio, non ce l’ho ancora fatta e non so se ce la farò a smettere. Sto malissimo e non auguro a nessuno di ridursi così. Poter testimoniare dove l’azzardo ha portato la mia vita è l’unica cosa che mi fa stare meglio. O che comunque dà senso alle mie giornate.
Lorenzo sa benissimo che cosa lo ha distrutto. Sa anche che quella consapevolezza, da sola, non basta a fermarlo.
Com’è cominciato tutto
Lorenzo aveva 15 anni quando ha giocato per la prima volta a una ‘macchinetta’ . Al bar del paese c’era un flipper che funzionava anche da bingo. Ci andava con gli amici. Già lavorava, ma le somme che perdeva erano comunque importanti: 80… 100.000 lire. Non capiva ancora cosa stesse facendo. Non sapeva che quello era azzardo.
«Non era una vera e propria slot machine, ma mi ha coinvolto sempre di più». Con il tempo è passato ‘naturalmente’ ad altri ‘giochi’. Prima le scommesse sul calcio, poi su qualsiasi sport e oggi su qualsiasi evento. L’escalation è stata lenta, quasi invisibile. «Ero convinto che l’azzardo era gestibile, “uno sfogo”. L’unico vizio che avevo»
Oggi Lorenzo scommette nelle sale gioco fisiche, «con lo smartphone non mi trovo». E quando finisce i soldi, «vado in astinenza, sto malissimo, allora prendo lo Xanax e dormo».
I soldi, le bugie, il crollo
Quando si è sposato, Lorenzo gestiva le finanze di famiglia. Sua moglie si fidava. I libretti postali erano cointestati, ma era lui a occuparsene. Con i soldi ricevuti come regalo di nozze hanno iniziato a mettere da parte i risparmi, ma Lorenzo se li è giocati tutti.
Allora, per coprire i debiti, ha chiesto aiuto ai fratelli. Poi ha allargato il cerchio: amici, conoscenti, finanziamenti aperti con tre banche diverse, sempre con la scusa dell’attività lavorativa (faceva l’agente di commercio). Per l’ultimo prestito ha convinto un amico a fargli da garante. E alla fine quell’amico ha perso tutti i suoi risparmi e ha dovuto indebitarsi per ristrutturare casa.
«L’azzardo mi ha cambiato: sono diventato campione di bugie». Lo dice senza cercare giustificazioni. È uno dei danni più profondi che il gioco d’azzardo produce: erode l’identità, trasforma le persone, le rende irriconoscibili anche a se stesse. È una malattia.
«Sono arrivato a vendere la mia fede nuziale. Ma la cosa più grave l’ho fatta quando sono andato a comprare un regalo di anniversario per mia moglie. Quando sono uscito dalla gioielleria l’ho rivenduto subito a un compro oro e sono andato a giocare. In mezzo pomeriggio ho perso 500»
La situazione diventa talmente grave da convincersi ad andare al Centro Antiusura più vicino a casa. Qui lo hanno aiutato a gestire i debiti e così Lorenzo non è finito nelle mani degli usurai, anche se ci è mancato poco.
La famiglia c’è stata fino a quando ha potuto
Sua moglie ha sostenuto Lorenzo a lungo. Ha seguito percorsi di supporto per i familiari al Ser.D., ha cercato di capire, ha tenuto insieme la famiglia. Ma c’è un limite. Alla fine ha chiesto il divorzio e i due figli non gli parlano più.
«La mia famiglia mi è stata vicina, finché ha potuto». L’azzardo non distrugge solo chi gioca. Consuma anche chi resta accanto.
La cura che non riesce ad accettare
Lorenzo conosce bene il sistema di cura. Frequenta il Ser.D. da anni, ma non in modo costante. Sa che per la dipendenza da gioco d’azzardo non esiste un “metadone”. Non c’è una pillola che blocca l’impulso. Gli è stato anche proposto un percorso in comunità, vista la gravità della situazione, ma ha rifiutato. Gli è stato proposto un amministratore di sostegno per la gestione del denaro. Ha rifiutato anche quello.
«Qualche volta, dopo una perdita pesante, quando l’adrenalina scende e mi sento sprofondare, chiamo il numero verde, ma il giorno dopo torna la voglia irrefrenabile. È irrefrenabile davvero».
Lorenzo si ripete spesso una frase, quasi come una difesa, un alibi. Un ultimo baluardo per non sprofondare: «L’azzardo è l’unico vizio che ho». Ma sa già che non è vero, perché l’azzardo non è un vizio, bensì una malattia. Al Ser.D. glielo hanno spiegato chiaramente. E come ogni malattia seria, richiede la decisione di farsi curare. «Devo essere io a voler guarire. A decidere di fare il primo passo concreto. Lo so, ma non ci riesco».
Oggi Lorenzo non arriva a fine mese. Ci sono giorni in cui non ha neanche i soldi per mangiare. La pensione di invalidità è l’unica entrata. Lorenzo ha scelto di raccontarsi, senza cercare comprensione o attenuanti, perché «è l’unica cosa che in questo momento riesco a fare per gli altri, dato che per me stesso non riesco a fare nulla. Non auguro a nessuno di ridursi così. A nessuno».
Se hai bisogno di aiuto
Numero Verde Nazionale per il Gioco d’Azzardo Patologico: 800 558 822 (gratuito, attivo 24h/24)
Ser.D. (Servizi per le Dipendenze): presenti su tutto il territorio nazionale, gratuiti e accessibili senza ricetta medica.
Il nostro gruppo di supporto psicologico per familiari, gratuito e online qui.

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