Il gioco d’azzardo patologico non è assenza di volontà o non è un vizio e nemmeno una colpa. È una malattia complessa, dove si intrecciano vulnerabilità personali, difficoltà relazionali e contesto sociale; il tutto facilitato, se non addirittura indotto, dall’accesso pervasivo ai giochi sia fisici che online. Questo intreccio di condizioni fa sì che esistano fattori di rischio che predispongono alla compulsione. Un fattore di rischio è una condizione appunto o un’esperienza che aumenta la probabilità di sviluppare la dipendenza, in questo caso d’azzardo. Avere uno o più fattori di rischio non significa che la malattia scatti automaticamente, tuttavia aumenta la nostra vulnerabilità.
Il primo fattore di rischio sta nel giocare! Le ricerche dimostrano che chi gioca in modo occasionale o chi non gioca affatto ha decisamente minori probabilità di sviluppare livelli problematici di attività di azzardo.
L’entità del rischio varia nel corso della vita: cambia in base alle circostanze e da individuo a individuo. Molto spesso si comincia a giocare per allontanare le preoccupazioni oppure perché ci si sente soli, tuttavia anche avere pochi interessi e dunque annoiarsi spesso è un fattore di rischio. In generale avvertire che la propria vita manchi di uno scopo. Se poi si sta vivendo un periodo difficile (un lutto, un licenziamento, una malattia) o anche un cambiamento di vita, si è più vulnerabili. Ovviamnte anche problemi finanziari e ristrettezze economiche possono avere il loro peso. Non è un caso che, storicamente, durante le crisi economiche, quando le persone sperimentano stress l’attività di azzardo tende ad aumentare. Soprattutto se non si è capaci di gestire il denaro. Ecco perché uno scudo a questo rischio è una buona educazione finanziaria. Infine frequentare persone che giocano d’azzardo, soprattutto in famiglia, è certamente un grande rischio.
Maleddetto il giorno che ho vinto!
Le vincite incrementano del 30-50% il rischio di sviluppare una falsa convinzione di controllo sull’azzardo, concepito erroneamente come un gioco in cui abilità personali possono fare la differenza. È stato tuttavia ampiamente dimostrato che non è così: non c’è nessuna possibilità di controllo. Questa è una delle tante credenze distorte o fallacie congnitive o bias come le illusioni di vincita o i metodi “infallibili”.
Le vincite all’azzardo quindi – soprattutto se all’inizio dell’esperienza di gioco – alterano i sistemi di gratificazione cerebrali principalmente attraverso il rilascio anomalo di dopamina, un neurotrasmettitore chiave associato al piacere e alla ricompensa. Quando una persona vince, il cervello attiva il sistema mesolimbico della dopamina, in particolare il nucleo accumbens, generando una sensazione di euforia e di gratificazione che rinforza il comportamento di gioco. Questa attivazione però diventa disfunzionale nel gioco d’azzardo patologico: il sistema di ricompensa si altera, portando a una sensibilità anomala sia verso le vincite sia verso le perdite. I giocatori patologici tendono così a preferire ricompense immediate e di entità minore piuttosto che ricompense maggiori, ma ritardate, alimentando in questo modo la ricerca compulsiva di gratificazione. Inoltre, fenomeni come la “quasi-vincita” (near-miss), in cui il risultato è molto vicino alla vincita, attivano lo stesso circuito di gratificazione, spingendo il giocatore a continuare a scommettere nonostante la mancata vincita effettiva.
Con il tempo, l’attività ripetuta nel gioco d’azzardo induce cambiamenti neuroplastici nel cervello, rendendoci più sensibili ai normali stimoli di ricompensa e così aumentando l’impulsività e la compulsività che rendono il comportamento di gioco sempre più difficile da controllare.
Predisposizione neurobiologica
Disfunzioni nei sistemi di gratificazione cerebrale, in particolare nei neurotrasmettitori come dopamina, serotonina e noradrenalina, sono associate a una maggiore predisposizione al gioco compulsivo. Quindi sì, ci sono fattori genetici che aumentano il rischio di sviluppare la dipendenza, principalmente riconducibili a disfunzioni nei sistemi di gratificazione cerebrale. Le alterazioni genetiche possono influenzare il funzionamento dei principali neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione del piacere e della motivazione, come dopamina (comportamenti di ricompensa), serotonina (disinibizione) e noradrenalina (ricerca del rischio ed eccitazione)
Anche disturbi dell’umore, depressione, bipolarismo, ansia, disturbi di personalità, ADHD, disturbi ossessivo-compulsivi aumentano il rischio di sviluppare dipendenza da azzardo. Esattamente come i tratti della personalità di impulsività, ricerca di sensazioni forti, bassa capacità di autocontrollo e difficoltà a gestire le emozioni. Da soli però il più delle volte non bastano, piuttosto agiscono in combianzione con per esempio l’uso di sostanze stupefacenti e soprattutto con l’esposizione precoce al gioco d’azzardo in famiglia o fra gli amci. Senza dimenticare che un peso importante lo hanno anche l’isolamento sociale, traumi infantili e basso livello socio-economico.
Se un vostro familiare che gioca d’azzardo presenta qualcuno di questi fattori di rischio, chiedetevi quali sono e se, secondo voi, oltre a quelli elencati, ci sono altri fattori o eventi che hanno aumentato la probabilità che il vostro familiare possa sviluppare o abbia sviluppato difficoltà con l’azzardo. Noi ci siamo per offrire aiuto gratuito qui.
Impulsività e bassa autostima
Perché l’impulsività e la bassa autostima sono fattori di rischio? L’impulsività rende più difficile gestire emozioni intense, in psicologia si dice emotional dysregulation. La disregolazione emotiva è la difficoltà a gestire in modo sano e adeguato le proprie emozioni. Non significa semplicemente essere emotivi, ma avere una risposta sproporzionata, imprevedibile o disfunzionale agli eventi emotivi, anche a quelli piccoli o quotidiani. Si fa fatica a riconoscere e a nominare ciò che si prova, così come a calmarsi o a trovare strategie sane per regolare l’intensità emotiva. Praticamente è la tendenza ad agire sull’emozione anziché riflettere (per esempio: “Mi sento male allora gioco per distrarmi anche poi sto peggio”). Alcune persone hanno un sistema nervoso più sensibile o reattivo, ma possono anche aver subito traumi che le rendono più vulnerabili.
Per chi soffre di disregolazione emotiva, l’azzardo può dunque diventare una strategia di fuga, un modo rapido per distrarsi dal dolore oppure per provare eccitazione o per “sentirsi vivi” e quindi sedare ansia, rabbia o senso di vuoto. Questo meccanismo crea un circolo vizioso, perché l’azzardo non risolve il disagio, ma lo amplifica. E ogni perdita economica peggiora la sensazione di frustrazione, fallimento e solitudine. Infine anche la bassa autostima può avere cause ed esiti simili a quelli legati all’impulsività.
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