Figli di giocatori d’azzardo: ‘Ho 16 anni e ho chiesto aiuto al Ser.D per mia madre

da | 2 Gennaio 2026

Sedici anni. Un’età in cui dovresti preoccuparti dei compiti di scuola, delle uscite con gli amici, magari di una cotta. Non di quando tua madre tornerà a casa. Non di come convincere tuo padre a smettere di urlare. Non di cosa diranno i tuoi amici, se scoprono che tua madre ha mentito al lavoro per andare a giocare alle slot machine.

Eppure ci sono migliaia di ragazzi in Italia che vivono esattamente questo. Figli invisibili di genitori giocatori, intrappolati in case dove i litigi sono quotidiani, dove la cena arriva tardi o non arriva, dove la vergogna è così forte che non ne parli con nessuno. Dove ti senti solo, impotente, e pensi che non ci sia niente che tu possa fare.

Il ragazzo che ha scritto questa testimonianza pensava la stessa cosa. Fino al giorno in cui, disperato dopo l’ennesimo litigio dei genitori, ha cercato aiuto. Ha scoperto che la dipendenza di sua madre era una malattia, non una colpa. Ha trovato il Ser.D più vicino a casa. E ha fatto quello che nessuno in famiglia aveva avuto il coraggio di fare: è andato a chiedere aiuto.

I figli non sono spettatori: sono vittime. E a volte, incredibilmente, sono anche salvatori.

La storia di mia madre

Ho sedici anni e da un paio d’anni la mia vita a casa è diventata un incubo. Tutto è iniziato quando mia mamma ha cominciato a fermarsi alle slot machine dopo il lavoro. All’inizio diceva che era solo per rilassarsi, mezz’ora prima di tornare a casa. Poi mezz’ora è diventata un’ora, poi due. Certe sere tornava tardissimo, a volte alle dieci, alle undici di sera. La cena non era pronta, lei arrivava nervosa o troppo allegra, dipendeva se aveva vinto o perso.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava quando ho iniziato a sentire le urla. Papà e mamma litigavano sempre. Lui le urlava che era irresponsabile, che pensava solo a giocare, che ci stava rovinando. Lei piangeva, prometteva che avrebbe smesso, ma il giorno dopo era di nuovo lì. La cosa che mi faceva più male era vedere papà che la trattava come come se mamma fosse una persona cattiva o stupida. “Ma come fai?”, le diceva. “Basta che non ci vai più, è così difficile?”. E mamma si chiudeva in camera a piangere.

A scuola andavo male. Non riuscivo a concentrarmi, pensavo sempre a cosa stava succedendo a casa. I miei amici uscivano, si divertivano, e io avevo sempre quest’ansia addosso. Non ne parlavo con nessuno, mi vergognavo troppo. Poi è arrivata la notizia peggiore. Mamma aveva preso dei permessi dal lavoro dicendo che era malata, ma in realtà era andata a giocare. L’hanno scoperta e adesso rischia di essere licenziata. Quando l’ho saputo mi sono sentito male davvero, tipo che non riuscivo a respirare. Una sera, dopo l’ennesima lite violentissima tra i miei, me ne sono andato in camera mia e ho pianto. Poi mi sono messo al computer e ho cercato “mamma gioca alle slot cosa fare”. Ho trovato informazioni sull’azzardopatia, su come è una vera dipendenza, una malattia. Ho letto storie di altre famiglie come la nostra.

Ho scoperto che esisteva il Ser.D, il Servizio per le Dipendenze. Il giorno dopo, senza dirlo a nessuno, ci sono andato. Avevo paura, pensavo che mi avrebbero mandato via perché ero solo un ragazzo. Invece mi hanno accolto benissimo. Mi hanno ascoltato, mi hanno fatto capire che non ero solo, che potevano aiutarci. Mi hanno spiegato che mamma era malata, che non era colpa sua se non riusciva a smettere. Che serve un aiuto professionale, non solo la forza di volontà. E mi hanno detto che anche papà doveva capirlo, altrimenti le cose sarebbero solo peggiorate.

Ho parlato con mamma per prima. Le ho detto che ero andato al Ser.D, che loro potevano aiutarla. All’inizio si è vergognata tantissimo, piangeva e diceva: “Ma cosa ho fatto a mio figlio, ti ho ridotto così”. Ma poi ha accettato di venire con me. Convincere papà è stato più difficile. Lui continuava a dire che non servivano psicologi, che bastava che mamma si decidesse a smettere. Ho dovuto insistere tanto. Gli ho fatto leggere delle cose sull’azzardo patologico, gli ho detto che anche lui doveva capire per poterla aiutare davvero. Alla fine ha accettato, anche se all’inizio veniva solo per farmi contento.

Mamma ha iniziato un percorso, papà sta imparando che la dipendenza è una malattia, non una scelta. Io vado a un gruppo per familiari dove ci sono altri ragazzi come me. E finalmente non mi sento più solo. Le cose non sono ancora risolte. Mamma ha ancora delle ricadute, papà a volte si arrabbia lo stesso. Ma almeno adesso sappiamo che non siamo soli, che c’è qualcuno che ci può aiutare.

Se anche voi state vivendo una cosa del genere, vi dico: chiedete aiuto. Non aspettate che la situazione peggiori. Il Ser.D è gratuito, non serve la prescrizione del medico, potete andarci anche da soli. E se siete ragazzi come me, non abbiate paura. Vi ascolteranno e vi aiuteranno. Voi non siete responsabili dei problemi dei vostri genitori, ma potete essere quelli che fanno il primo passo per chiedere aiuto.

Ecco perché ti ricordiamo il nostro servizio gratuito di supporto per le famiglia qui.

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