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LE FAMIGLIE DEI GIOCATORI D’AZZARDO SOFFRONO DI DISTURBO DA STRESS POST TRAUMATICO

Daniela Capitanucci

Noi dimostriamo come il gioco d’azzardo danneggi la salute. 

Voi potete dimostrare come l’azzardo promuova il benessere e la qualità della vita?

Questa è la domanda chiave che chi si occupa di Disturbo da Gioco d’Azzardo ha il diritto e il dovere di porgere a chi di gioco d’azzardo si alimenta e a chi il gioco d’azzardo lo promuove.
Non si tratta di una provocazione, ma di una evidenza dei fatti, come ci fa capire Daniela Capitanucci, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’associazione AND-Azzardo e Nuove Dipendenze aps.

IL VIRUS dell'azzardo Contagia tutti

«Il gioco d’azzardo è come un virus, anzi è proprio un virus che contagia le reti sociali, causando danni finanziari e alla salute personale e pubblica, andando ben oltre la sfera del giocatore. Infatti questo virus attacca le relazioni fra le persone, perché uccide la fiducia, prima di tutto all’interno delle famiglie».
Ed è proprio la famiglia a ricevere un’attenzione speciale da parte di AND, in forza «del perdurante e intenso stress che la vita con un giocatore d’azzardo patologico comporta». Lo evidenzia una ricerca condotta durante il lockdown che fa emergere come, se durante il periodo di isolamento forzato e l’impossibilità di giocare nei luoghi fisici, i giocatori in riabilitazione si sentissero meglio, sollevati dalla lontananza dal gioco, per i loro familiari la situazione emotiva era molto diversa. «Nonostante, in quel periodo, i familiari non stessero giocando, avvertivano forte e continuo un forte senso di disagio, perché il loro pensiero era proiettato al dopo. Quando sarebbe finito il lockdown tutto sarebbe ricominciato. Abbiamo così diagnosticato come le famiglie dei giocatori d’azzardo patologici soffrano molto spesso di disturbo post traumatico da stress perdurante».

il disturbo da gioco d'azzardo ci riguarda tutti

Una condizione che può portare a conseguenze molto rischiose per i singoli e la società.

Un esempio? Ce lo racconta sempre la dott.ssa Capitanucci. È il caso di una infermiera professionale di comprovata esperienza e competenza, afflitta dalla preoccupazione per il figlio, giocatore d’azzardo compulsivo, di cui lei era amministratrice finanziaria. «Quel giorno sta lavorando a una serie di emergenze in pronto soccorso, quando riceve sul cellulare la notifica di un prelievo con la carta di credito del figlio e va subito in ansia. Un’ansia crescente. Una sensazione che di solito non prova quando lavora e che comunque, proprio grazie al lavoro che fa, è abituata a tenere sotto controllo. Ma questa volta il pensiero inesorabilmente va alla dipendenza del figlio. Da questo momento la sua testa è altrove e fatica a concentrarsi, tanto che, a un certo punto, si accorge di stare per iniettare a un paziente un farmaco sbagliato. Il giorno dopo chiede al suo responsabile di farla lavorare per un periodo in ufficio».

Ecco come il Disturbo da Gioco d’Azzardo ci riguarda. Tutti. «Pensiamo a ciò che potrebbe succedere a chiunque di noi in luoghi di cura e/o di lavoro, a contatto con qualcuno che, a causa di un familiare affetto da DGA, soffre di disturbo post-traumatico da stress perdurante. Senza poi contare che, se i giocatori patologici in Italia sono il 3% della popolazione, ossia circa 1.500.000 milioni di persone, e se per ogni giocatore patologico sono 8 le persone che vengono coinvolte nel cerchio caldo del suo disagio, il conto è presto fatto: 1.500.000 x 8 = 12.000.000 di persone. Inoltre, già prima di sviluppare il DGA, la persona causa molti danni, minori di intensità, ma comunque diffusi, continui e che costituiscono una minaccia per la stabilità sociale. Il decorso è ingravescente, ossia non si diventa dipendenti dal gioco d’azzardo dalla sera alla mattina, ma passo dopo passo si aumentano le quantità di tempo e denaro investiti in questa attività, che progressivamente sfugge dal controllo del giocatore. Robert Ladouceur ha detto: “Quando qualcuno gioca più tempo, più frequentemente e più denaro di quello che ha previsto, e di quello che si può permettere, allora questo costituisce già un campanello d’allarme”. Anche se più tempo sono ‘solo’ 10 minuti, sono comunque 10 minuti che si tarda al lavoro. Anche se più soldi sono ‘solo’ 5 euro, sono comunque 5 euro magari sottratti alla spesa… Anche per 10 minuti o per 5 euro si è già cominciato a uscire dai propri limiti. Ecco, queste situazioni costituiscono un allarme e sono molte le persone che, uscendo da questi limiti, cominciano a produrre danni. Tutte persone che non sono conteggiate in quel famoso 3%, perché ancora ‘sotto soglia’ diagnostica».

basterebbe guardare gli occhi di un giocatore...

Il fenomeno è dunque molto più complesso, articolato e pervasivo di quello che «la narrativa dell’industria fa vedere, attraverso semplificazioni o generalizzazioni che mistificano la realtà. In linea con quanto suggerito dall’OMS, non si può dunque più rimandare la realizzazione di una società che fondi le proprie radici su una dimensione salutogenica della vita comune, che metta cioè a disposizione della collettività elementi e politiche che promuovano la salute, non solo che curino quando la condizione di salute viene a mancare».

Basterebbe guardare gli occhi di un giocatore in una sala slot per rendersi conto di quanto l’azzardo sia lontano dalla salute. E basterebbe ascoltare una delle tante testimonianze di ex giocatori che Daniela Capitanucci ha incontrato nel corso della sua lunga carriera per rendersi davvero conto di che cosa sia in gioco. Le testimonianze raccolte durante il lockdown, quando l’offerta fisica di gioco d’azzardo (come moltissime altre attività) è stata chiusa, offrono una insolita prospettiva sulla necessità dei giocatori in trattamento di venire protetti’, non essendo esposti all’offerta martellante e sempre a portata di mano. Questa situazione peculiare, quasi una sorta di ‘grande comunità terapeutica’ ha sortito effetti potenti.

Quando durante il lockdown non trovavo più occasioni per giocare, bar e sale slot chiusi, fare la terapia è stato meno difficile: in quel periodo ho anche ricominciato a progettare la mia vita, e più mi allontanavo dall’azzardo più ricominciavo a vivere. Prima non ero più in grado di desiderare altro se non l’azzardo, che come le sirene di Ulisse mi richiamava a sé nonostante io fossi in terapia. Poi - sparita la possibilità di giocare - è stato come svegliarsi da un incubo. Nonostante la pandemia…

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